Foodmovies: l’illusione del gusto perfetto
Come l’estetica digitale ha trasformato la cucina in intrattenimento
Lo “scroll” diventa indolente, a tratti quasi automatico, e una valanga di contenuti quasi identici inizia a travolgermi e coinvolgermi. Scrollo e scrollo e… il tempo passa senza che me ne renda conto. Quando la mente si riprende, scossa da un moto interiore di protesta, e la realtà bussa pesantemente, ricordando gli impegni tralasciati, sale quell’amarezza che ti fa rendere conto di aver sprecato tempo e di doverne riprendere velocemente in mano la gestione.
Sono video così accattivanti, ritmati e coinvolgenti che ho deciso di battezzarli “Foodmovies”. Studiati nei minimi particolari, mostrano spesso realtà finte, apparentemente pratiche e semplici.
“I Foodmovies sono una promessa visiva bellissima che spesso nasconde il vuoto gastronomico”
Siamo entrati ufficialmente in una nuova epoca: quella in cui il guardare ha preso definitivamente il posto del leggere; l’epoca in cui la suggestione del vedere ha soppiantato il piacere dell’immaginare, leggendo. Un nuovo periodo in cui guardare una ricetta da più soddisfazione che prepararla.
Il passaggio di testimone è compiuto: il Foodblogging è stato sostituito dai Foodmovies.
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Per capire da dove veniamo, dobbiamo tornare intorno al 2010, anni in cui i foodblog nascevano come funghi. In quegli anni, i blog erano ancora dei “piccoli salottini gastro-letterari”. Si scriveva per condividere, si leggeva per imparare, si raccontavano storie e aneddoti. Il rapporto con l’utente era “lento”, basato su una fiducia costruita parola dopo parola, foto dopo foto. Si lasciavano commenti sotto le ricette e si condividevano foto dei piatti realizzati. Stop!
Il foodblogger non era un performer, ma una persona comune che scopriva un mondo fatto di tecnologia, fotografia e creatività, mettendo la propria firma su un contenuto reale in maniera semplice e spesso in una forma del tutto casalinga.
Il vero piacere era condividere ricette e soprattutto provarle.
Erano pochi gli specialisti e i tecnici del settore. L’obiettivo per molti non era la popolarità, ma il mettere in pratica quello che si era sempre saputo fare, con la possibilità, per i più audaci ed esperti, di un ritorno economico.
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Nel 2022, anno in cui ho scritto la mia tesi sul foodblogging per il master in comunicazione scientifica, il panorama era già cambiato. Quasi 10 anni di evoluzione pratica e tecnologica, l’arrivo del Covid e la necessità di fare qualcosa che permettesse di vivere quei mesi di chiusura in maniera più social segnarono il passo a nuove realtà multimediali.
Dal Rapporto sulla comunicazione Censis del 2022 emerge che gli italiani stavano cercando nei social una “fuga verso la leggerezza”, un modo per contrastare il tono catastrofico delle notizie date dei mezzi di informazione tradizionale, tv e carta stampata. Il mondo della cucina si posizionava al secondo posto come intrattenimento utile tra politica e sport. Il 2022, con tutti i suoi eventi catastrofici, ha segnato l’inizio dell’era in cui il web diviene per gli italiani fonte attendibile d’informazione, dopo tv, radio e stampa. Ma è anche il momento in cui la spettacolarizzazione prendeva il passo sul rigore scientifico e il saper fare diventava delirio di onniscienza. La credibilità di una persona non era più data in maniera assoluta dalle sue competenze, maturate con anni di lavoro, ma da una nuova unità di misura che aveva spopolato tra i più giovani: i follower.
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E oggi? Nel 2026, viviamo l’apice di questo cambiamento. L’intelligenza artificiale permette a chiunque di creare contenuti iperrealistici in pochi minuti. La fame di follower, invece, non accenna a diminuire, nonostante gli scandali. I numeri parlano chiaro. Secondo il Censis, il 59,9% degli italiani nel 2025 si sente indirizzato forzatamente sia online che sui social. Quasi sei persone su dieci conoscono la sensazione di cui parlavo all’inizio: quella di essere guidati dall’algoritmo quando usano il web o i social, senza possibilità di scegliere.
Si va sempre più alla deriva ed è necessario riprendere il controllo. Se si osserva, infatti, o si cerca di interagire con qualcuno che scrolla, sembra essere stato sottoposto ad anestesia: anestesia indotta da social. Risposte assenti, a volte vaghe, mugugni e risatine che fanno percepire “il paziente ancora in vita!”, ma mentalmente assente. Se non per rivitalizzarsi solo quando qualcosa che ritiene necessario da condividere con qualcuno lo fa riavere momentaneamente da quel torpore indotto, per poi subito dopo ricalarsi in quella intangibile realtà.
Una sorta di narcolessia a comando.
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Ormai il web e i social sono divenuti una grande vetrina, in cui ognuno si mostra. E chi ama cucinare, mangiare, vendere prodotti, sponsorizzare luoghi può farlo liberamente. La popolazione è varia e vasta, ma gli scenari stanno cambiando rapidamente. E i più quotati sono quelli che riescono a stare al passo con i tempi, come sempre. Succede dappertutto, anche con il cibo. Vediamo piatti della tradizione “artefatti” e super sofisticati al solo scopo di catturare lo scatto perfetto, che “lo faccia andare virale” (come dicono i giovani).
È come quando al supermercato ti lasci tentare dalla confezione e acquisti quel pacco di merendine, immaginando la voluttuosità della crema che cola esattamente nel momento in cui la addenti. Ma poi, arrivi a casa, apri il pacco e ti ritrovi in mano un pezzo di cartongesso arrotolato con all’interno un agglomerato cementizio di dubbia natura color cioccolato.
Ecco, i Foodmovies spesso sono esattamente questo: una promessa visiva bellissima che nasconde il vuoto gastronomico.
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Contro questa finzione mediata dall’apparenza, stiamo assistendo a un risveglio istintivo. Le persone, ed io per prima, si domandano, mentre scrollano immagini sul cellulare: ma quello che vedo è vero? Ci vuol veramente poco a subodorare profumo di artefatto. I video, soprattutto quelli costruiti con l’intelligenza artificiale, hanno quel non so ché di estrema perfezione, che li smaschera al primo sguardo. La rivalsa dell’intuito umano contro la perfezione codificata dell’AI.

Anche le nuove generazioni, se pur cresciute con le tecnologie più all’avanguardia, iniziano a sentire il bisogno di toccare con mano. Dare concretezza a ciò che vedono. Non è solo una scelta razionale, è un bisogno di sicurezza emotiva. Accanto al “cibo sociale” dei pub — spettacolare e super unto — emerge la necessità del “comfort food” che riporta a casa. Il desiderio di ricreare il “piatto della nonna” è un rito di riappropriazione della realtà e del calore umano. Quella coccola che solo a casa ha quel sapore.
Sempre più spesso si è alla ricerca della “ricetta onesta”, quella che magari non viene perfetta come nei video, ma che ha un profumo e una consistenza che nessun algoritmo può simulare. Quel piatto che è già buono solo sentendone il profumo, ma è ancora più buono se preparato e mangiato in compagnia.
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In questo mare di cibo mediatico perfetto alla vista ma spesso dal gusto indefinito e virtuale, la vera domanda non è se i Foodmovies siano buoni o cattivi. È se stiamo ancora cucinando per mangiare, o se stiamo mangiando per filmare.
Da qualche parte, in questo momento, qualcuno è immerso nel profumo di un ragù che cuoce da tre ore in una cucina dove nessuno ha acceso la fotocamera. In quel profumo c’è qualcosa che nessun algoritmo sa replicare: l’esperienza!
Photo by : Amin Ramezani on Unsplash; Lucilla Nicastro








